di Salvatore Quasimodo
La coscienza del Poeta, profondamente ferita da tanti orrori. insorge
violentemente in una cruda e decisa condanna dell'odio e della violenza.
Sei ancora quello della pietra e della fionda,
Uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
Con le ali maligne, le meridiane di morte,
-T'ho visto-dentro il carro di fuoco, alle forche,
Alle ruote di tortura. T'ho visto: eri tu,
Con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
Senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
Come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
Gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
Quando il fratello disse all'altro fratello:
"Andiamo ai campi." E quell'eco fredda, tenace,
È giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
Le loro tombe affondano nella cenere,
Gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.
Quasimodo in
"Uomo del mio tempo" invita tutti a una dura riflessione che
toglie il respiro.
Gli uomini oggi sono ancora quelli che vivevano nelle caverne e usavano le
pietre. La violenza irrazionale è la stessa, ma sono cambiati gli strumenti
con cui esprime la sua disumana misantropia, il suo odio per la pace e il suo
amore per le armi perfette, i carri armati, gli strumenti di tortura.
La scia di violenza e assassini non ha fine e oggi uccidono come ieri, senza
amore e senza fede.
L'incipit è l'omicidio di Abele ad opera di Caino e la conclusione ancora non
si vede. L'unico orizzonte che si presenta ai nostri occhi è una scia
agghiacciante di follie e guerra, con un'eco straziante. Solo una
speranza rimane a tenere vivo il cuore dello scrittore e si esplica nella richiesta
ai giovani di non scrivere più pagine di discordie, di morti, di crudeltà,
già scritte dai loro padri, ma di fondare un mondo diverso .

La lirica è costituita da un'unica strofe con versi liberi e di varia
misura, ma la sua semplicità sintattica si presenta immediatamente e
palesemente antitetica al senso e al "quid" del componimento. Per
sottolinearlo non mancano parole accorate, vibranti e immagini crude e
realistiche come "le ali maligne" e le "meridiane di morte",
di cui si utilizza il potere evocativo e il substratum bellico per
spiegare quanto ancora l'uomo di oggi sia simile a quello che usava le pietre.
L'uomo del tempo di Quasimodo, vissuto per buona parte del Novecento, si
presenta tristemente identico nella follia omicida ai primitivi che uccidevano
per "necessità" in un tempo lontano millenni dai vari anni in cui
filosofi, scrittori, pensatori hanno parlato di coscienza, di popoli superiori,
di progresso.
Le armi sono l'unico simbolo che si intravede di progresso. La meridiana
è un orologio solare formato da un complesso di linee orarie, uno strumento
ingegnoso utilizzato qui per ricordare le armi perfette che proiettano intorno a
sé ombre di morte e di rovina. Le ali, parti di aereo, il più recente
mezzo di comunicazione scoperto, possono anche ricordare le ali della mente o
del cuore umano, le parti creative dell'uomo, i sogni di cui vive, i
pensieri con cui cresce, o con cruento realismo, possono far pensare alle tante
ali tarpate dei molti che non si sono abbassati ad accettare le verità di morte
o che hanno subito il potere e la violenza altrui.

E tutto questo rende più triste il confronto con l'uomo del passato. La
storia e il progresso, afferma Quasimodo, non sono riusciti a cambiare l'uomo.
Egli ha ancora la stessa violenza irrazionale e assassina come guida per le sue
azioni. La scienza esatta, "creata" dall' uomo moderno, quella
stessa scienza per cui sono morti molti uomini, per cu i roghi si sono sprecati
in tempi di crudele e ipermoralistica inquisizione, è additata come il maggiore
strumento di sterminio, utilizzata solo per produrre morte e distruzione
sistematica, "persuasa" a far questo, cioè non solo usata ma creata e
voluta espressamente per questo fine.
L'eco si sente ancora e si sentirà sempre, secondo il poeta che non dimentica,
che non smette di indignarsi e di urlare il dolore, che non smette
di ricordare che l'odore del sangue, le grida di dolore impregnano ancora l'aria
e i cuori di coloro che hanno coscienza.
Il poeta si riferisce espressamente all'omicidio di Abele ad opera di
Caino narrato nell'antico testamento. Con questo omicidio, Caino diede inizio ad
una interminabile serie di delitti e di follie.
Le stragi di oggi hanno la stessa brutalità del primo omicidio fraterno.
Quasimodo urla il suo dolore e il suo disprezzo per gli uomini che conoscono la
Bibbia, ma sono in fondo "senza Cristo" e invita gli uomini a
guardare oggi la legge di Dio, con le persone che muoiono ai bordi delle strade
o uccisi sui campi di battaglia. Sembra si possa vedere la scena rievocata,
tanto sono duri i toni. Sembra possa urlare il testo e risvegliare da sé gli
animi e le coscienze addormentate tanta è la veemenza e la forza, con la
proposizione "senza" e il verbo "uccidere" che si ripetono
in modo assillante e suggestivo.
"Senza" è il fulcro della denuncia che si rivolge all'uomo di
oggi e non abbisogna di grandi spiegazioni. L'uomo è un essere mancante,
che sembra così lontano dall'idea di amore e di Fede, nel senso meno religioso
e ingabbiante che si riesca a pensare, tanto che non si può non provare dolore
e sgomento dinanzi a una sì triste desolazione. E in virtù di questo e nella
misura in cui ancora crede nell'uomo, il poeta invita i giovani negli
ultimi versi con parole accalorate, in un climax ascendente di richieste,
a dimenticare i padri e i loro errori, così che non debbano continuare a pagare
per loro, in una visione erodotea della storia delle generazioni umane,
sperando che in questo modo si possa smettere di estinguere i peccati degli
antenati nell'unico modo che finora è parso possibile, con le lacrime,
come il fuoco greco.

Ma è anche vero che l'eco fredda risuona ancora oggi, con tutto il carico di
menzogne e odio che porta con sé. L'unica speranza è che i giovani si
accorgano che i resti dei loro padri sono oramai cenere, che le loro
tombe scompaiono e che bisogna augurarsi che con esse vadano via anche i loro
turpi insegnamenti. E' a partire dal settimo verso che il tono si fa
incalzante, la tensione cresce per quell'odore di sangue che fuoriesce
dalla memoria di tanti delitti. Le immagini diventano macabre e feroci e i
concetti sono espressi con metafore, ma le figure retoriche non bastano a
smussarne eufemisticamente il tono. Dopo le numerose metafore trovate già nei
versi precedenti, "con le ali maligne", "meridiane di morte",
"carro di fuoco" e "senza Cristo", ve ne sono ancora, questa
volta per dare lustro all'esortazione verso i giovani. E così incontriamo le
due metafore, "nuvole di sangue" e "gli uccelli neri, il vento,
coprono i loro cuori", due immagini che trasmettono timore, che rievocano
per l'ennesima volta ricordi di morte e sofferenza.
Gli uccelli neri, simbolo di morte o, volendo, di malaugurio e il vento,
strumento precipuo della trasmissione dell'eco fredda e tenace, riescono a
coprire il già vuoto cuore di coloro che "senza amore" trovano
difficilmente un iter che li liberi dal baratro in cui sono. Questa lirica
invita e induce il fruitore a guardarsi in uno specchio dove l'immagine
del suo volto rimanda altre immagini, non ben definite, talora solo ombre che
pongono in risalto una luce offuscata, talora un volto in cui è riflesso il
candore di una innocenza che ritorna a sorreggere lo spirito. Crea effetti di
sostanziale bellezza interiore, non provocatrice di illusioni, perchè si
snoda in nuove ed esaltanti aperture mentali; apre varchi infiniti alla
coscienza dell'uomo, non placa le ansie del futuro, ma rivela un affidarsi
alla parola che spoglia di ogni artificio, risveglierà un torpore che si è
insinuato così profondamente nel cuore dell'uomo.
La tragica esperienza della guerra ha, infatti, un'importanza
fondamentale e decisiva nella vita e nell'arte di Salvatore Quasimodo, che
attraverso essa perviene a un mutamento radicale dal punto di vista
umano, politico e, soprattutto, poetico. Lo notiamo soprattutto in Giorno
dopo giorno (1949) e nella raccolta successiva La vita non è un sogno
(1949) e in genere in quella parte della sua produzione che è la più
apprezzata dai critici e la più ricca di valori e di significati.
"Giorno dopo giorno" esce nel 1947 quando sul mondo, sulle
folle umane, sulla letteratura, è passata la guerra e ogni scrittore e poeta ne
porta i segni: la poesia passa dalle "macerie del cuore" alle macerie
delle città, ai brandelli dell'uomo lacerato, torturato, offeso, ucciso.
Basti pensare a "Alle fronde dei salici": "E come potevamo
noi cantare con il piede straniero sopra il cuore, fra i morti abbandonati nelle
piazze", e alla evidenza con cui questi versi richiamano i noti versi
montaliani di "Non chiederci la parola", interpreti suggestivi
della condizione di crisi dell'uomo contemporaneo.

A differenza di Ungaretti, tuttavia, che trovò nella fede religiosa uno
sbocco alla crisi, a differenza di Montale che trovò una timida risposta
e una semiosi illimitata nell' ansia metafisica senza fine, Quasimodo prese dopo
la guerra una ben precisa posizione nell'orientamento politico e letterario e
non assunse mai impegni precisi sul piano ideologico, ma condannò le classi
dirigenti del ventennio solo in nome di uno sdegno morale, della
libertà e della dignità.