

Il mio amore per gli animali e la mia predilezione per i gatti è una costante che ha accompagnato ed accompagna tutta la mia vita.
Non poteva che essere un gattino, quindi, il protagonista del mio unico racconto .

Era lì, davanti a me, con l'aria di chi volesse interrogarmi, ma non osasse farlo per timore, chissà, o forse per il ricordo di passate richieste deluse.
Aveva due occhi tristi, un musetto appuntito, un corpo spelacchiato che lasciava intravvedere qua e là i segni di un passato benessere.
Mi guardava di sottecchi, come fanno i bambini quando vogliono qualcosa e tentano di far leva sul tuo buon cuore o sulla tua stanchezza.
Ma il gattino spelacchiato conservava una sua fierezza, non chiedeva, sembrava voler solo capire a quale categoria di umani appartenessi.. Aspettava, teso come sanno esserlo i gatti randagi, Voleva sapere se gli ero amica.
Le foglie avevano coperto il vialetto del giardino, uno dei rarissimi giardini pubblici di Venezia e faceva freddo, di quel freddo umido che penetra nelle ossa e superava, quel giorno, lo spessore piuttosto consistente, del pellicciotto, naturalmente ecologico, che indossavo.
Avevo un appuntamento proprio davanti al cancello d'ingresso dei giardinetti, ma , come al solito, ero arrivata in anticipo.
Odio far da palo ad aspettare in piedi, magari passeggiando nervosamente, mentre mi insulto regolarmente per la mia maledettissima ansia, per cui varcai il cancello di ferro battuto e seguii quegli occhi e quel mucchietto di ossa.
Una panchina di marmo, freddina ci accolse entrambi.
Pensavo che il micetto avesse fame e siccome giro sempre con qualcosa di felinamente commestibile in borsa,gli allungai dei croccantini.
Mi guardò con riconoscenza, ma non fece neppure il gesto di avvicinarsi al cibo.
Restò lì a fissarmi, mentre lo fissavo a mia volta con curiosità.
Allora capii : stesi la mano con un po' di timore, non si mosse. L'avvicinai ancor di più alla sua testolina magra a macchie bianche e nere, non si mosse ancora.
I suoi occhi non mi interrogavano più, mi dicevano , dai, che aspetti ?
Arrivai ad accarezzarlo tra le orecchie e quell'esserino davvero poco piacevole a vedersi, si trasformò.
Gli occhi gli si ammorbidirono, il pelo sembrò meno ispido. Chissà da quanto tempo nessuno lo accarezzava più, chissà quante volte qualche piede poco caritatevole lo aveva cacciato senza pietà!
Continuai ad accarezzarlo quasi con reverenza e rispetto, senza sentire più nemmeno il freddo.
Potenza degli occhi di un gatto, potenza del ricordo di tanti occhi oggi chiusi per sempre sotto una pietra fredda.
Assorta nei ricordi, quasi avevo dimenticato il gattino : mi riportò alla realtà un rumore come di scrocchio : stava rosicchiando con soddisfazione i croccantini che poco prima gli avevo messo davanti al musetto : ricambiava le mie carezze accettando il mio cibo.
Che lezione di grande generosità!
Poi con uno sguardo che mi sembrò commosso, balzò dalla panchina, e non lo vidi più, sparì in un lampo tra le foglie secche.
Mi alzai, mi rimisi in piedi , ritornai al presente, richiamatavi anche dalle mie giunture doloranti.
La mia amica mi guardava sorridendo. Era arrivata puntuale all'appuntamento.
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Non erano trascorsi che pochi minuti, ma negli occhi di quel gatto avevo visto scorrere un lembo della mia vita.
